Tè oolong e metabolismo lipidico. Gli studi clinici

di Alessandro Martini – Farmacista specializzato in farmacologia clinica e tossicologia. Precedentemente dottore di ricerca in Neuroscienze e ricercatore in Neurofarmacologia. Autore di oltre 10 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali. È appassionato di chimica del tè e dei suoi effetti sulla salute umana.

Negli ultimi decenni l’interesse scientifico per il tè, l’infusione di Camellia sinensis lavorata secondo i criteri asiatici, è cresciuto vertiginosamente. La curiosità nacque quando ci si accorse che, nonostante l’alto consumo di tabacco, paesi come l’Asia ed il Giappone, in particolare, mostrano una bassa incidenza di aterosclerosi (1) e cancro del polmone pro capite (Sumpio EB et al., 2006), due patologie fortemente correlate all’esposizione al fumo di sigaretta (Ambrose GA et al., 2004 and Yun AG et al., 2005). Questo “paradosso asiatico” fu attribuito all’alto consumo di tè che avviene in queste regioni, e venne inoltre dimostrato un chiaro effetto preventivo su malattie cardiovascolari ed epatiche con quantitativi di tè verde fino a 1.2 litri al giorno (Sumpio EB et al., 2006). Da qui, lo studio del tè divenne sempre più fitto: ne sono state identificate le componenti chimiche, che sono state isolate e studiate, una ad una, con diverse tecniche e modelli sperimentali, sia in vitro che in vivo (2), fino ad arrivare agli studi clinici sugli umani. L’interesse maggiore si è sempre stabilito sul tè verde, perché, tra tutte le tipologie, questa contiene la più alta quantità di catechine, tra cui spicca l’epigallocatechina gallato, molecola a cui sono state attribuite la maggior parte delle attività biologiche della bevanda (Higdon JV et al., 2003). Tuttavia, ogni tè è a sé, perché la lavorazione che subisce è in grado di trasformare le componenti chimiche della pianta fresca, producendo composti nuovi, o di variare la percentuale relativa di quelli già presenti. Infatti, un’analisi cumulativa delle componenti di ogni tipologia di tè conta più di 4000 composti, alcuni caratteristici della Camellia sinensis tal quale, altri sviluppati durante il processo di lavorazione, tipico e unico di ogni famiglia di tè (Yung et al., 2008). Recentemente, anche il tè oolong sta acquistando interesse per la comunità scientifica. E’ negli anni ’80 che vengono identificati per la prima volta dei composti unici di questa tipologia, che si sviluppano durante il processo di lavorazione: le teasinensine (Nonaka G et al., 1983).

Essi vengono definiti dimeri di catechine, ovvero molecole forma- te dall’unione chimica di due molecole di epigallocatechina gallato (EGCG), la molecola più abbondante nel tè verde (Fig.1). Finora sono state identificate 7 teasinensine nel tè oolong, nominate in or- dine alfabetico dalla teasinensina A alla teasinensina G (Nonaka G et al., 1983 e Hashimoto F et al., 1988).

La chimica del tè oolong

Durante la lavorazione del tè oolong, il processo di ossidazione non viene portato a completamento, come nel tè nero, ma viene bloccato qualche tempo dopo il suo innesco, con lo scopo di creare un tè dalle caratteristiche chimiche e aromatiche a metà tra il tè verde ed il tè nero. Le teasinensine sono il risultato di un’ossidazione incompleta. Nella produzione di tè nero, invece, l’ossidazione produce molecole ancora più complesse: teaflavine e tearubigine, che arricchiscono di colore, aroma e morbidezza il tè nero (Li S et al., 2013).

Al tè oolong sono state attribuite diverse proprietà, molte delle quali in comune con il tè verde, come l’effetto antiossidante (Hashimoto F et al., 2003) e antinfiammatorio (Hisanaga A et al., 2014). Tuttavia, nel corso degli anni, abbiamo assistito ad una certa pubblicità, non solo occidentale, che ha cercato di sponsorizzare questa tipologia di tè mettendone in risalto la proprietà dimagrante e/o ipoglicemizzante, speculando sull’uso terapeutico del tè oolong nel trattamento dell’obesità e diabete di tipo 2, rispettivamente. Ma quanto c’è di vero?
Purtroppo, quando si tratta di cibo è molto facile cadere in quelle strategie di marketing che cercano di propinarci il cibo A per il disturbo X, il cibo B per il disturbo Y e così via. Generalmente queste pubblicità non sono totalmente infondate ma si affidano a studi scientifici molto preliminari, spesso ancora allo stadio preclinico. In questo stadio, infatti, la sostanza sotto esame non viene sperimentata su soggetti umani ma su animali da laboratorio o, in via ancor più preliminare, con test in vitro (2). La storia della farmacologia ci ha dimostrato più e più volte quanto sia difficile che una molecola efficace in un modello sperimentale di malattia umana sia effettivamente utilizzabile dall’uomo nella prevenzione o nel trattamento di una certa patologia. Per ogni 5000 molecole che vengono sviluppate ogni anno, solo una raggiunge il mercato (Stratmann HG, 2010).
Il modo migliore per districarsi tra la moltitudine di informazioni, scientifiche e non, che riceviamo dai media, dai produttori e venditori di tè o che troviamo nei motori di ricerca di letteratura scientifica biomedica è quello di andare ad esaminare, con una certa cura, gli studi clinici eseguiti sull’uomo. Solo questi, infatti, possono darci l’indicazione più significativa e attendibile sugli effetti che un farmaco o un cibo (come il tè) possono esercitare sulla salute umana.
Ma facciamo un passo indietro… Le indagini cliniche sui possibili benefici del tè oolong nell’obesità vennero incoraggiate dagli studi preclinici pubblicati nel 1999 dal gruppo di Han LK sulla prestigiosa rivista scientifica International Journal of Obesity. Nel suo lavoro, l’autore ha diviso equamente 54 topolini in 3 gruppi sperimentali: ad un gruppo di topolini ha somministrato una dieta ricca di grassi animali, al secondo gruppo la stessa dieta è stata arricchita con foglie di tè oolong, mentre al terzo gruppo ha somministrato una dieta classica ed equilibrata con cui vengono solitamente mantenuti gli animali da laboratorio.
Il terzo gruppo sperimentale, quindi, viene considerato il “gruppo di controllo” a cui paragonare i dati sperimentali ottenuti sugli altri due gruppi.
Come ci si poteva aspettare, dopo 10 settimane, i topolini trattati con la dieta ricca di grassi erano in sovrappeso rispetto ai topolini di controllo, ma quelli trattati con la stessa dieta arricchita con tè oolong non erano più grassi dei topolini controllo (Fig.2).

Lo stesso autore ha eseguito degli studi biochimici sui tessuti dei topolini, da cui ha dedotto che la caffeina ed i flavonoidi (3) del tè oolong sono i responsabili di questo effetto preventivo sull’acquisto di peso indotto da una dieta ricca di grassi. E’ risaputo, infatti, che la caffeina sia in grado di stimolare il consumo dei grassi da parte delle cellule adipose (Harpaz E et al., 2017), ma da questi studi, seppur preliminari, emerse che i flavonoidi del tè inibiscono gli enzimi pancreatici responsabili della digestione dei lipidi, prevenendo quindi il loro assorbimento da parte del tratto gastrointestinale. Da notare che questo stesso meccanismo d’azione è sfruttato da Orlistat, farmaco efficacemente utilizzato nel trattamento dell’obesità (Padwal R et at., 2004).

Sebbene gli studi del Dott. Hsu TF siano stati eseguiti su un campione ristretto di soggetti umani, la qualità dello studio è alta, tanto da ispirare, qualche anno più tardi, le ricerche del gruppo di He RR (2009), il quale prende in esame 102 soggetti in sovrappeso. Ai partecipanti vengono dati 8 g di tè oolong al giorno e vengono istruiti affinché possano infondere correttamente e usare il tè in modo dilazionato durante tutta la giornata. Lo studio dura 6 settimane e prevede che i soggetti in sovrappeso continuino a condurre le loro vite normalmente, senza modificare l’introito di calorie giornaliere o l’attività fisica quotidiana. Alla fine dello studio, il 70% di loro aveva perso più di un chilo (il 22% più di tre chili), e nei soggetti con alti trigliceridi e colesterolo è stata osservata una riduzione di circa il 20% e 10%, rispettivamente, rispetto ai valori iniziali (Fig. 4).

Se da questi studi sembra che il tè oolong possa aiutare i soggetti in sovrappeso ad assorbire meno lipidi dall’alimentazione, dallo studio di Hsu TF (2009), in parti- colare, sembra che questa tipologia di tè sia capace di migliorare in modo netto i parametri ematici di trigliceridi e colesterolo. Questo aspetto, nello specifico, sarà oggetto di ricerca di Yi D (2014), che prenderà in esame più di 3000 soggetti della città di Shantou (Guandong, Cina). In questo studio, pubblicato su British Journal of Nutrition, il gruppo di ricerca di Yi D recluta 1651 pazienti a cui è stata recentemente diagnosticata una dislipidemia e 1390 soggetti sani scelti a caso nella popolazione. Tutti i soggetti sono stati sottoposti ad un questionario, volto ad indagare le abitudini alimentari, l’attività fisica, l’assunzione di farmaci e di tè. L’analisi dei questionari ha indicato che il gruppo dei sani è più ricco di soggetti che bevono tè, indipendentemente dalla tipologia, per almeno 300 mL al giorno. Inoltre, la relazione tra assunzione di tè e assenza di dislipidemia è dosedipendente, perché essa è ancora più forte quando l’assunzione di tè supera i 600 mL al giorno. Nello specifico, è stato notato che l’effetto regolatore del tè sul profilo lipidico ematico è attivo su diversi parametri, tra cui trigliceridi, colesterolo totale e LDL, ma solo i soggetti che bevevano tè oolong avevano un miglioramento aggiuntivo nei parametri di HDL. Questo effetto, inoltre, è tempo-dipendente: più lunga è stata l’abitudine a bere tè nel corso della vita, più probabile è trovarsi nel gruppo dei soggetti sani piuttosto che nel gruppo dei soggetti dislipidemici.

La dislipidemia

Si tratta di un’abnorme quantità di lipidi nel sangue, generalmente in eccesso. Essa si riferisce a trigliceridi e colesterolo, i quali sono trasportati nel sangue da particelle lipidiche chiamate lipoproteine. Dal punto di vista clinico, le più rilevanti sono le LDL (low-density lipoproteins) e le HDL (high-density lipoproteins). L’eccesso di LDL e/o la carenza di HDL sono associati ad aterosclerosi e malattie cardiovascolari (Mitchell RN e Schoen FJ, 2010).

È importante notare che in questo studio le differenze negli stili di vita (tra cui abitudini alimentari, attività fisica, fumo e la presenza di altre patologie) sono state stratificate (4), in modo da valutare unicamente la relazione tra tè e dislipidemie. Inoltre, è molto interessante notare che i soggetti dello studio sono abitanti di Shantou (Guandong, Cina), dove la popolazione è solita bere tè oolong, tra cui i locali Phoenix oolong, Wuyi oolong e Tie Guan Yin, con la modalità d’infusione del gongfu cha. Infatti, in questo studio, il quantitativo di tè oolong necessario a raggiungere un’efficacia significativa sulla prevenzione delle dislipidemie è molto più basso rispetto a quello utilizzato negli altri studi: 300 mL di tè al gongfu cha contro gli 800- 1500 mL (ricavati da 8-15 g di tè infusi con la modalità occidentale, in unica infusione a 100°C) (vedi Tab. 1).
Come suggerisce Yi D (2014), questo può volerci dire che il metodo tradizionale cinese delle infusioni multiple (gongfu cha) fornisce una più alta concentrazione di flavonoidi nell’infuso finale.

Queste evidenze, seppur varie tra loro, ci dicono che l’assunzione di tè, ed in particolare di tè oolong, è in grado di influenzare la gestione dei lipidi da parte dell’organismo. Tuttavia, degli studi condotti da Rumpler W et at. (2001) e Komatsu T et at. (2003) ci suggeriscono che il tè oolong potrebbe intervenire positivamente sui soggetti in sovrappeso, aumentando anche il dispendio energetico giornaliero.
In questi due studi, è stata misurata la spesa energetica (5) di diversi individui sani a fronte di 15 g di tè oolong al giorno, in confronto a 5 g di tè matcha e una bevanda a base di alte dosi di caffeina. E’ stato notato che il dispendio energetico, ovvero la quantità di calorie ricavate dall’utilizzo dei nutrienti, aumenta in modo significativo in seguito all’assunzione di tutte le bevande contenenti caffeina, ma l’assunzione di tè oolong ha avuto un impatto maggiore ed ha aumentato l’energia ricavata dai lipidi a discapito di quella ricavata dagli altri nutrienti. Infatti, è già noto che la caffeina sia in grado di aumentare il dispendio energetico (Acheson KJ et al., 1980 e Collins LC et al., 1994) ma da questi studi sembra che delle componenti uni- che del tè oolong possano lavorare in sinergia con la caffeina, probabilmente aumentando il consumo dei lipidi da parte dell’organismo.

Finora abbiamo visto come l’assunzione di tè oolong abbia degli effetti positivi sul metabolismo lipidico in modo più pronunciato rispetto ad altre tipologie di tè ma non sappiamo se effettivamente questo può incidere o meno sull’insorgenza delle malattie cardiovascolari associate alle dislipidemie. Una risposta chiara a questa domanda non è ancora stata data ma ci sono buoni indizi che provengono, ancora una volta, dalla ricerca clinica. Nel 2004, Shimada K pubblica un lavoro sulla rivista Diabetes Research and Clinical Practice, in cui suggerisce che l’assunzione di tè oolong (6 g al giorno per un mese) è in grado di aumentare le dimensioni delle LDL ematiche nei soggetti affetti da malattie coronariche.
Le LDL sono quelle lipoproteine (vedi box “la dislipidemia”) il cui eccesso è associato all’insorgenza di aterosclerosi e malattie cardiovascolari (Glagov S et al., 1987). Al di là della quantità, la loro qualità conta in modo incisivo: se le LDL sono di piccole dimensioni, esse sono maggiormente prone ad innescare processi aterosclerotici, ovvero quell’ispessimento patologico delle arterie che predispone a diverse malattie cardiovascolari (Chait A et al. 1993). Questo studio non dice chiaramente che il tè oolong può trattare o prevenire patologie cardiovascolari ma ne indica le potenzialità.

Nello stesso studio, Shimada K (2004) dichiara che i soggetti in trattamento con tè oolong avevano più bassi livelli di emoglobina gli- cosilata, un parametro che indica l’andamento della glicemia nel cor- so degli ultimi 3 mesi (Miedema K, 2005).). Tuttavia, le evidenze che legano l’assunzione di tè oolong al controllo della glicemia nei pazien- ti affetti da diabete di tipo 2 sono scarse e contrastanti. Infatti, se uno studio preliminare su 22 soggetti diabetici in trattamento farmacolo- gico ha dimostrato che 1.5 L di tè al giorno (ottenuto da 15 g di foglie secche), assieme ai farmaci, riducono ulteriormente la glicemia di ben 70 punti rispetto a chi non assume tè (Hosoda K et al., 2003), lo studio epidemiologico di Hayashino Y et al. (2011) ha messo in evidenza una correlazione positiva tra assunzione di tè oolong e l’insorgenza di diabete di tipo 2.

Tuttavia, l’autore discute i suoi dati incriminando la presenza di pesticidi nel tè come agente scatenante la patologia, piuttosto che l’assunzione di tè in sè. Infatti, l’Istituto di Salute pubblica di Tokyo (Giappone) ha rilevato DDT (6) in diversi campioni di tè oolong esportati dalla Cina, mentre Everett CJ et al. (2007) ha dimostrato una correlazione positiva tra alti livelli di DDT nel sangue e l’incidenza di diabete di tipo 2.

Finora abbiamo esaminato i punti di forza e gli aspetti più incoraggianti di questi studi, ma se vogliamo avere un quadro completo e prendere una posizione obbiettiva dobbiamo analizzarne anche i punti deboli e contestabili. Ad esempio, il tè oolong usato in queste ricerche non è stato categorizzato. Esistono migliaia di tè oolong diversi. Essi sono, infatti, la tipologia di tè più vasta tra tutte. Dal punto di vista chimico, ciò che fa la differenza tra un tè oolong e l’altro è il grado di ossidazione, poiché esso influenza enormemente la quantità e la qualità delle componenti chimiche responsabili delle attività biologiche viste finora. Anche il metodo di infusione incide sulla composizione finale del tè, poiché è stato dimostrato come temperature troppo alte possano degradare alcune componenti chimiche (Saklar et al. 2015). Se il prodotto somministrato ai pazienti non è standardizzato (ovvero ogni tazza di tè non è uguale all’altra nella sua composizione quali-quantitativa), lo studio perde qualità ed i risultati ne vengono compromessi. Per tale motivo, un punto di merito va agli studi di Hsu TF (2006), He RR (2009) e Shimada K (2004), poiché, sebbene non specifichino quale tè oolong hanno utilizzato nei loro studi, ne hanno analizzato la composizione chimica in modo qualitativo e quantitativo, pubblicando nel loro articolo l’esatta concentrazione di caffeina e flavonoidi a cui i partecipanti sono stati esposti tramite assunzione di tè.

In conclusione, gli studi clinici di cui è stato oggetto il tè oolong ci suggeriscono che esso sia d’aiuto nel controllo del peso e delle dislipidemie, mentre le evidenze che ne mostrano un’attività ipoglicemizzante utile nel trattamento del diabete di tipo 2 devono essere approfondite.
Il meccanismo con cui il tè oolong promuove la perdita di peso e normalizza il profilo lipidico ematico, ad oggi, sembra risiedere nell’inibizione degli enzimi pancreatici preposti alla digestione dei lipidi, un meccanismo condiviso da Orlistat, farmaco già approvato per il trattamento dell’obesità, ma non è da escludere un ulteriore effetto sull’aumento del dispendio energetico e del metabolismo dei lipidi da parte dei polifenoli unici del tè oolong e della caffeina. L’effetto positivo sul- la gestione delle dislipidemie è stato osservato con almeno 300 mL di tè oolong al giorno, ottenuto secondo la metodologia tradizionale cinese gongfu cha, oppure con almeno 8 g di tè con infusione singola occidentale. Ci sono inoltre alcuni indizi, seppur molto preliminari, che suggeriscono un contributo positivo del tè oolong nel trattamento delle patologie cardiovascolari.

NOTE
(1) L’aterosclerosi è una patologia a base infiammatoria dei vasi sanguigni, nelle cui pareti si accumulano globuli bianchi, depositi di grasso e colesterolo. La conseguente formazione della placca aterosclerotica irrigidisce i vasi, predisponendo all’ipertensione, mentre la loro rottura forma dei coaguli, i quali occludendo l’arteria, producono un’ischemia. Alcuni fattori di rischio conclamati sono fumo, iperlipidemia e diabete (Singh RB et al., 2002).

(2) Uno studio in vitro indaga un fenomeno biologico in provetta o comunque fuori da un organismo biologico, mentre uno studio in vivo viene condotto su un essere vivente. Se il primo ha il vantaggio di studiare un fenomeno biologico singolo in maniera chiara, isolandolo dal contesto, il secondo permette uno studio più fedele alla realtà della fisiologia di un organismo vivente.

(3) i flavonoidi sono una grande classe di composti prodotti dalle piante, che include nella categoria le catechine (peculiari della Camellia sinensis e non solo). Essi sono i responsabili dell’attività antiossidante e antinfiammatoria dei cibi che li contengono, come il tè (Cook N.C., Samman S., 1996).

(4) il campionamento stratificato intende suddividere la popolazione in sottopopolazioni (detti “strati”), accomunati da una caratteristica (es. fumatori o dieta a base vegetale) che potrebbe avere un impatto sul valore che si intende stimare (nel nostro caso, la relazione tra tè e dislipidemie). In questo modo, nonostante fumo o dieta a base vegetale possano incidere, negativamente o positivamente, sulla comparsa di dislipidemie in modo indipendente dal consumo di tè, studiare la relazione tra tè e dislipidemie all’interno di ogni strato permette di estrapolare il dato in modo indipendente dalle altre variabili.

(5) la quantità di energia ricavata dall’utilizzo dei nutrienti (Frayn KN, 2013). Negli studi di Rumpler W et at. (2001) e Komatsu T et at. (2003), essa viene calcolata con un calorimetro indiretto, ovvero un apparecchio che misura la produzione di anidride carbonica ed il consumo di ossigeno del soggetto in esame, analizzandone l’aria espirata. Questa tecnica è anche in grado di indicare quali nutrienti sono stati preferenzialmente utilizzati dal soggetto nella produzione di energia (Ferrannini E. 1988).

(6) Il DDT (para-diclorodifeniltricloroetano) è un insetticida molto potente utilizzato dapprima nella seconda guerra mondiale per il controllo della malaria e del tifo, poi nell’agricoltura di tutta l’Europa e Nord America. A causa del suo impatto negativo sulla salute umana e la sua persistenza nell’ambiente, l’uso in agricoltura è stato vietato nel 2004 dalla convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1979 e 1989).

Ringraziamenti
Si ringrazia l’editore Macmillan Publishers Limited, part of Springer Nature per aver concesso l’uso della figura 1 del lavoro di Han LK et al. (1999) in “Anti-obesity action of oolong tea”. International Journal of Obesity, 23, 98-105.
Si ringrazia l’editore Springer International Publishing AG, part of Springer Nature per aver concesso l’uso della figura 6 del lavoro di He RR et al. (2009) in “Beneficial Effects of Oolong Tea Consumption on Diet-induced Overweight and Obese Subjects”. Chinese Journal of Integrative Medicine, 15, 34-41.

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